Theatre/Performance (4)

Look up! America!

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LOOK UP AMERICA
di Marco Melloni

con Ugo Dighero
e con l’inconsapevole collaborazione di Philippe Petit


Non ha passato e non ha futuro. Il suo nome lo ha dimenticato. I documenti deve averli persi, come il conto dei suoi compleanni. Non ha età, non ha indirizzo, non ha lavoro.
Non ha più né parenti né amici né amore. Non se li può permettere. Per il fisco, l’anagrafe, l’istituto di statistica, l’assistenza sociale, le liste di collocamento lui, semplicemente, non esiste: non è uomo né donna, né vecchio né giovane, né ameri­ca­no né straniero, né conservatore né progressista, né vivo né morto. Di sé può solo dire ciò che non è: niente, appunto, un buco nel groviera sociale. E malgrado tutto, sopravvive: dorme, respira, mangia, ogni tanto… Soprattutto pensa, pensa, pensa. Non risce a smettere. E parla. Con Mr. Smith. Da qualche anno divide con lui un pezzo di marciapiede al centro di Manhattan.Lo incontrò per caso in un cassonetto. Rimpiaz­zò quel braccio mancante con un ombrello rotto, gli mise una cravatta al collo per dargli un contegno, un vecchio televisore portatile come testa, un tubo di stufa al posto di una gamba forse persa in qualche guerra senza senso e, ai piedi, scarpe spaiate legate con il fil di ferro. Con l’unica mano, Mr. Smith impugna una trombetta-giocattolo. Sul marciapiede, davanti al manichino, c’è un cappello sfondato e un cartello con scritto, in bella calligrafia: “1 song 1 dollar”. Mr. Smith non è capace di suonare che canzoni immaginarie, parla poco ma ha un grande pregio: sa ascoltare. E l’uomo che ormai non possiede più niente, almeno una storia da raccontare ce l’ha: una storia vera, incredibile, come solo le storie vere riescono ad essere…
Il 7 agosto del 1974, alle 6:45 del mattino, il funambolo francese Philippe Petit intraprende clandestinamente la sua traversata su un cavo teso a 412 metri d’altezza, tra la Torre Sud e la Torre Nord del World Trade Center. Della memoria di quell’evento, che l’America ha ormai rimosso, si fa custode un homless che vi fu testimone. Questa è la sua storia, l’unica che sa raccontare e che ripete ogni giorno ai cinquantamila impiegati del WTC, troppo preoccu­pati di fare tardi in ufficio per fermarsi ad ascoltarlo. Questa è la storia di una nazione che non ha saputo cogliere i segni, quasi profetici, che preannun­ciavano la tragedia dell’11 settembre 2001.
Musiche di Paolo Silvestri cantate da B. Casini e P. Silvestri.
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Voci nel deserto

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da un’idea di Marco Melloni
“Mai come ora e’ giustificato l’allarme.
Assistiamo a segni inequivocabili di disfacimento sociale: perdita di senso civico, corruzione pubblica e privata, disprezzo della legalita’ e dell’ uguaglianza, impunita’ per i forti e costrizione per i deboli, liberta’ come privilegi e non come diritti, legami sociali a rischio, idee secessioniste, pulsioni razziste e xenofobe, volgarita’, arroganza e violenza nei rapporti tra gli individui e i gruppi.
Preoccupa soprattutto l’ accettazione passiva che penetra nella cultura. Una nuova incipiente legittimita’ e’ all’ opera per avvilire quella costituzionale. Non sono difetti o deviazioni occasionali, ma segni premonitori su cui si cerca di stendere un velo di silenzio, un velo che forse, un giorno, sara’ sollevato e mostrera’ che cosa nasconde, ma sara’ troppo tardi.”
Sono parole di un appello lanciato in questi giorni da “Liberta’ e Giustizia”, associazione fondata, tra gli altri, da Umberto Eco. In futuro queste parole potrebbero essere lette come una profezia.
E’ gia’ accaduto.
Altre voci si sono alzate, clamantis in deserto.
Non sono state ascoltate.
Pasolini, Flaiano, Primo Levi, Giorgio Gaber… Le loro parole, a risentirle oggi tirandole fuori dai cassetti, rispolverando vecchi dischi di vinile, riaprendo pagine di quotidiani ingialliti dalla storia, ci offrono una chiave di lettura – quasi umiliante nella sua preveggenza – sul perche’ siamo arrivati a questo punto. Qualcuno, dunque, ci aveva avvertito.

Voci nel Deserto
frammenti di liberta’ di pensiero
da un’idea di Marco Melloni

“Mai come ora e’ giustificato l’allarme.
Assistiamo a segni inequivocabili di disfacimento sociale: perdita di senso civico, corruzione pubblica e privata, disprezzo della legalita’ e dell’ uguaglianza, impunita’ per i forti e costrizione per i deboli, liberta’ come privilegi e non come diritti, legami sociali a rischio, idee secessioniste, pulsioni razziste e xenofobe, volgarita’, arroganza e violenza nei rapporti tra gli individui e i gruppi.
Preoccupa soprattutto l’ accettazione passiva che penetra nella cultura. Una nuova incipiente legittimita’ e’ all’ opera per avvilire quella costituzionale. Non sono difetti o deviazioni occasionali, ma segni premonitori su cui si cerca di stendere un velo di silenzio, un velo che forse, un giorno, sara’ sollevato e mostrera’ che cosa nasconde, ma sara’ troppo tardi.”
Sono parole di un appello lanciato in questi giorni da “Liberta’ e Giustizia”, associazione fondata, tra gli altri, da Umberto Eco. In futuro queste parole potrebbero essere lette come una profezia.
E’ gia’ accaduto.
Altre voci si sono alzate, clamantis in deserto.
Non sono state ascoltate.
Pasolini, Flaiano, Primo Levi, Giorgio Gaber… Le loro parole, a risentirle oggi tirandole fuori dai cassetti, rispolverando vecchi dischi di vinile, riaprendo pagine di quotidiani ingialliti dalla storia, ci offrono una chiave di lettura – quasi umiliante nella sua preveggenza – sul perche’ siamo arrivati a questo punto. Qualcuno, dunque, ci aveva avvertito. Finche’ non la si impara, la storia si ripete.
In altri tempi, in altri luoghi, tutto questo e’ gia’ accaduto.
Per questo, oggi piu’ che mai, diventa cosi’ importante recuperare la memoria di chi ci ha preceduto ed e’ riuscito a leggere, negli eventi del suo tempo, cio’ che noi stiamo vivendo solo ora.

“Siamo un paese senza memoria: il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio televisivo, ne tiene solo i ricordi,i frammenti che potrebbero farle comodo con le sue contorsioni, le sue conversioni”. Lo scriveva Pasolini sul Corriere della Sera. Sono passati piu’ di trent’anni. Ci piacerebbe far diventare anacronistiche queste parole.
Frammenti di liberta’ di pensiero, messaggi in bottiglia affidati alle correnti del tempo: abbiamo catalogato quelli con maggior risonanza con l’attualita’ – e ne continuiamo a raccogliere – li abbiamo privati di ogni riferimento all’autore o al tempo trascorso prima di giungere fino a noi, abbiamo dato loro una voce e li abbiamo messi in relazione attraverso la musica: ne e’ uscita fuori una narrazione del presente che non puo’ non sorprendere nel momento in cui viene ristabilito l’ordine temporale e ricollocata ogni frase nel suo contesto. Possibile che fosse gia’ tutto previsto?


Il calapranzi.

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Autore: Harold Pinter
Regia: Pietro De Silva
Genereteatro sperimentale
Compagnia/Produzione: Area oloTeatro
CastPierpaolo De Mejo, Maris Leonetti

In un sottoscala ingombro di oggetti, tra isterici cambi di umore, trascorrono il tempo Ben e Gus, due aspiranti criminali proiettati verso un destino che li trascina sempre più in basso, verso un epilogo straziante. È l’emblema della violenza non manifesta, della violenza che annichilisce l’individuo nascondendosi dietro un aspetto innocuo, ad essere raccontata nel testo scritto da Harold Pinter nel 1957. Il Calapranzi fa parte della prima stagione drammaturgica di Pinter. Un periodo in cui quasi tutte le opere sono metafora di un solo meccanismo, quello della violenza. Una violenza sotterranea, impalpabile che manifesta tutta la sua furia oppressiva con scatti isterici improvvisi. Un testo “programmatico” che funge da spartiacque tra una drammaturgia consueta e un climax desueto.

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Wunderkammer Soap #1 by Ricci/Forte

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Nicole Kidman, Patty Pravo, le canzoni di Mina in giapponese, balocchi e profumi: questi gli elementi che contraddistinguono l’ambientazione che il duo Ricci/Forte utilizzano per raccontare una storia fatta di sangue, dolore, lacrime e ricordi, come quella del protagonista di “Wunderkammer Soap”, installazione-teatrale che arriva finalmente a Napoli, dopo i successi ottenuti fuori e dentro i confini italici, grazie alla rassegna di cultura omosessuale “In Ogni Senso”, diretta da Luca Mercogliano, ad un anno dal successo ottenuto dalla ditta foramta dai due autori-registi con “Troia’s discount” al Nuovo Teatro Nuovo. La stanza da bagno di un appartamento privato, per la precisione quella del “Patron” dell evento, l’architetto-enologo Diego Nuzzo, che nel suo locale “Penguin” ospita tutta gli appuntamenti della manifestazione, si trasforma in set ideale per questo che potremmo definire un corto teatrale a tutti gli effetti, interpretato in maniera struggente fino a toccare punte di disperato lirismo, dal bravissimo Nicolò Todeschini. Le parole registrate raccontano fuori campo l’io di un transessuale giunto al bilancio definitivo della sua vita, la perdita della sua innocenza, gli incontri consumati in auto prese in prestito, l’attesa di quell’amore che non arriverà, fino ad infliggersi a colpi di rossetto le ferite su di un corpo che non ricorda più la tenerezza ma solo l’offesa.
Il pubblico, che assiste in gruppi di cinque per volta a questo spettacolo-evento, ne rimane turbato, stordito, commosso, e, perché no, financo infastidito. Ma di certo non lascia indifferenti questa storia di stra-ordinaria follia, di una Didone abbandonata al destino che l’omologazione dei ruoli costringe il suo corpo visto diverso dalla società borghese, che di giorno partecipa al family day e di notte cerca il piacere “proibito”.



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